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martedì 4 agosto 2020

La valle di lacrime

Questa vita è chiamata valle di lacri­me; si nasce piangendo e si muore tra gli spasimi dell'agonia. Quante malattie af­fliggono il povero corpo umano! ... Quanti pericoli incontra l'anima nel mon­do!... Quanti bisogni urgenti fanno trepidare la misera creatura umana. Quanto è terribile il momento della morte! ...

Chi può venirci in aiuto, in tanti bi­sogni, più della Madonna? ... E la Ma­donna è contenta di venirci in soccorso, come la madre è lieta di aiutare i figli bisognosi.

Ma perché Maria Santissima faccia la sua parte di madre, è necessario che noi facciamo la parte nostra di figli. Dob­biamo invocarla spesso con amore e con fede. Dobbiamo onorarla più che sia pos­sibile, per attirarci i suoi sguardi miseri­cordiosi.

Siamo in questa valle di lacrime come in viaggio verso l'eternità; unico scopo della vita presente è assicurare la salvezza eterna. Chi onora la Madonna, ha assicu­rato il Paradiso. Dice la Sacra Scrittura: Coloro che mi onorano, avranno la vita eterna! -

[...] Non basta dire: Io amo la Madon­na! ... Recito il Rosario in suo ono­re!... Porto al collo la sua medagliet­ta! - Se la devozione alla Santa Vergi­ne si fa consistere soltanto in queste cose, si è in grande errore! Tale devozione sareb­be come una semplice vernice.

Perché si possa dire: Io onoro davvero la Madonna! - è necessario unire alle pratiche esterne l'imitazione delle sue virtù. Come può la Regina del Cielo gra­dire gli atti di ossequio dei suoi figli, se il loro cuore non è in armonia con Dio... se s'intessono preghiere e peccati?

Si tenga dunque presente che la vera devozione alla Madonna consiste nel vi­vere in grazia di Dio e nello sforzo d'imi­tare le sue virtù.


[Brano tratto da "Vera devozione a Maria", di Don Giuseppe Tomaselli, Imprimatur Can. Carciotto Vic. Gen., Catania 13 maggio 1952].

Pensiero del giorno

Si scires totam Bibliam, et omnium philosophorum dicta quid totum prodesset, sine charitate et gratia? Vanitas vanitatum et omnia vanitas præter amare Deum et illi soli servire. Ista est summa sapientia per contemptum mundi tendere ad regna cælestia.


(De imitatione Christi)

lunedì 3 agosto 2020

Gli ultimi preti pacelliani

Alcuni anni fa ho trascorso le "vacanze di Natale" in una casa di villeggiatura immersa tra le montagne. Ero ospite di un lettore del blog che mi ha gentilmente invitato nella sua seconda casa per poter passare alcuni giorni di riposo, meditazione e preghiera in solitudine (alcuni giorni sono rimasto completamente solo come un eremita).

Ad alcuni chilometri di distanza c'è un piccolo paesino nel quale nei giorni festivi viene celebrata una Messa. Una domenica è venuto a celebrare un anziano prete. Che edificazione! Era uno di quei preti vecchio stampo, formatosi ai tempi del grande Papa Pio XII. Nella mia diocesi i preti diocesani che usavano abitualmente la talare penso che ormai siano morti tutti. Dunque mi ha fatto piacere rivedere un prete diocesano vestito con il tradizionale abito ecclesiastico. Tra l'altro lo portava con decoro, ad esempio senza che i pantaloni sbucassero da sotto la veste talare. Anche il modo di celebrare era dignitoso, pronunciava le parole con tono grave e solenne, come si conviene per un rito sacro. Mi è piaciuta molto la sua omelia incentrata sul tema della famiglia cristiana (era la domenica della Sacra Famiglia). Il suo gergo era tipicamente pacelliano, energico, combattivo, da vero cristiano militante, era un piacere ascoltarlo. Altro che le noiose e inconcludenti omelie "politicamente corrette" che vanno di moda in tante parrocchie italiane!

Ormai ne sono rimasti pochi di questi "preti di una volta". Prima di uscire di chiesa ho dato un ultimo sguardo fugace in sacrestia per "immortalare" nella mia mente quel prete edificante. Chissà se mi capiterà di incontrare ancora un anziano prete pacelliano.

Pensiero del giorno

[...] penso che la S. Chiesa abbia bisogno d'un aggiornamento a base di vita interiore nello spirito del S. Vangelo. La diplomazia, il ritualismo, il giurismo nascondono molto vuoto, ed il mondo se ne accorge. Strascichi serici, croci auree non convertono più nessuno. 


(Cardinale Ildefonso Schuster)

domenica 2 agosto 2020

La meditazione

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


Infondimi, o Signore, un vivo spirito di pietà, affinché impari a trattare con te con affetto di figlio.

1 - [...] nella meditazione si pensa, ma non si pensa per diventare più sapienti, bensì per mettersi in grado di amare di più il Signore. Quindi il lavoro della mente dovrà servire soprattutto per renderci conto dell’amore di Dio per noi, riflettendo sulle varie manifestazioni di esso; e si può ben dire che non vi è mistero divino o verità di fede che, in un modo o in un altro, non ci parli dell’eccessiva carità del Signore. Più saremo convinti di tale amore, più acquisteremo una «conoscenza amorosa» di Dio e nello stesso tempo ci sentiremo sempre più spinti a riamare chi tanto e per primo ci ha amati. Così, spontaneamente, la meditazione, ossia il discorso dell’intelletto, c’introdurrà nell’esercizio dell’amore. Perciò nella nostra orazione non daremo il posto principale alle riflessioni e ai ragionamenti, per quanto sublimi ed elevati possano essere, ma ci serviremo di questi solo quanto è necessario per destare in noi l’amore, per metterci e mantenerci in esercizio attuale di amore. 

2 - Se nella meditazione non dobbiamo dare al pensiero la parte principale, non dobbiamo però cadere nell’eccesso opposto, ossia trascurare lo sforzo e l’applicazione necessaria. Ecco dunque la condotta che si dovrà tenere. 

Prima ancora di leggere il punto della meditazione, l’anima avrà gran cura di mettersi bene alla presenza di Dio, cercando con un atto deciso della volontà di allontanare ogni pensiero estraneo, ogni preoccupazione, ogni fretta. 

Siccome l’orazione mentale consiste in un tratto intimo col Signore, è chiaro che non si potrà trattare intimamente con lui, se Egli è lontano dalla nostra mente e dal nostro cuore. È vero che Dio ci è sempre presente ma noi non siamo sempre presenti a lui; è quindi necessario prendere contatto col Signore, mettersi vicino a lui, e questo si fa proprio col rendersi coscienti della sua presenza. Ognuno potrà fare tale esercizio nel modo che gli riesce più facile: o considerando la SS.ma Trinità presente nel suo cuore, o Gesù presente nei tabernacoli delle nostre chiese, o rappresentandosi nel suo interno un episodio particolare della vita o della Passione del Salvatore. E così, alla presenza di Dio, sotto il suo sguardo, inizierà con posatezza la lettura del punto di meditazione e si applicherà a riflettervi con calma e soavità, non tanto come se ragionasse con se stesso, ma molto più come se parlasse col Signore alla cui presenza si trova. Quanto più l’anima si abitua a riflettere così, quasi trattando e svolgendo con Dio l’argomento della sua meditazione, tanto più questa raggiungerà il suo scopo, che è appunto quello di aiutarla ad intrattenersi col Signore, a conversare affettuosamente con lui come il figlio conversa col padre, come l’amico s’intrattiene con l’amico. In tutto ciò occorre certamente applicazione e sforzo, ma questi devono essere più orientati a mantenere l’anima in vivo contatto con Dio, che a fissarla in un ragionamento astratto e serrato. I pensieri ricavati dalla meditazione - al cui testo l’anima potrà tornare quando ne sentirà bisogno - le serviranno ad alimentare tale contatto e a darle un soggetto di conversazione col Signore. Insomma, il lavoro dell’intelletto non deve farci dimenticare che l’essenza dell’orazione consiste in un tratto intimo con Dio, tratto in cui, più che pensare, bisogna amare. 

Colloquio - [...] o Signore, fa’ che la meditazione dei tuoi misteri serva ad infiammarmi nel tuo santo amore affinché ne esca più capace di amarti, più disposto a darmi con generosità al tuo servizio. Insegnami dunque a meditare non solo con la mente, ma molto più col cuore; insegnami a considerare con animo devoto ed amante e, allora, la meditazione aggiungerà nuove scintille di amore all’amore del mio cuore e - come spero dalla tua grazia - ne nascerà una fiamma sempre più robusta ed ardente, sempre più capace di purificare l’anima mia e di spingermi con ardore all’adempimento della tua volontà. Come sarei felice, o Signore, se, sotto il soffio potente dello Spirito Santo, questa fiamma divampasse in un incendio di amore divino! La mia freddezza, la mia meschinità, il mio egoismo me ne rendono indegno ed incapace, ma Tu, che sai suscitare dei figli di Abramo anche dalle pietre, spezza il mio cuore tanto duro e freddo, e sveglia in esso la viva fiamma dell'amor tuo. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

La santità di un'anima cresce nella proporzione della sua devozione a Maria.


(Padre Faber)

sabato 1 agosto 2020

Iddio merita d'essere amato sopra ogni cosa

Dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori, Dottore della Chiesa.


Dice s. Teresa essere un gran favore che Dio fa ad un'anima il chiamarla al suo amore. Amiamolo dunque noi che siamo chiamati a quest'amore, ed amiamolo com'egli vuol essere amato: Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo. Il ven. Luigi da Ponte si vergognava di dire a Dio: Signore, io vi amo sopra ogni cosa; v'amo più di tutte le creature, più di tutte le ricchezze, di tutti gli onori e di tutti i piaceri terreni; parendogli con tali parole di dire: mio Dio, v'amo più della paglia, più del fumo, più del fango.

Ma Dio si contenta che l'amiamo sopra tutte le cose. Sicché diciamogli almeno: Signore, sì io vi amo più di tutti gli onori del mondo, più di tutte le ricchezze, più di tutti i parenti ed amici; v'amo più della sanità, più della mia gloria, più delle scienze, e più delle mie consolazioni; v'amo insomma più di tutte le cose mie e più di me stesso.

Avanziamoci ancora a dirgli: Signore, io stimo le vostre grazie e i vostri doni; ma più di tutti i vostri doni amo voi che solo siete una bontà infinita ed un bene infinitamente amabile che supera ogni altro bene. E perciò, mio Dio, qualunque cosa mi doniate fuori di voi e che non è voi stesso, non mi basta; e se mi donate voi, voi solo mi bastate. Vi cerchino altri quel che vogliono: io non voglio altro cercarvi che solo voi, mio amore, mio tutto. In voi solo ritrovo quanto posso trovare e desiderare.

Diceva la sacra sposa che fra tutte le cose aveva eletto di amar il suo diletto (...). E noi chi eleggeremo di amare? Fra tutti gli amici di questo mondo, dove potremo trovare un amico più amabile e più fedele di Dio e che ci abbia amati più di Dio? Preghiamolo dunque e preghiamolo sempre: Trahe me post te, Signore tiratemi a voi, perché se voi non mi tirate io non posso venire a voi. 

Ah Gesù mio e mio Salvatore, quando sarà ch'io spogliato d'ogni altro affetto non brami né cerchi altro che voi? Vorrei staccarmi da tutto, ma spesso entrano nel mio cuore certi affetti importuni che da voi mi distraggono. Distaccatemi voi con la vostra potente mano e fatevi l'unico oggetto di tutti gli amori miei e di tutti i miei pensieri.

Dice s. Agostino che chi ha Dio ha tutto; chi non ha Dio non ha niente. A che mai serve ad un ricco il possedere più tesori d'oro e di gemme, se sta senza Dio? Che serve ad un monarca avere più regni, se non ha la grazia di Dio? A che serve ad un letterato saper molte scienze e molte lingue, se non sa amare il suo Dio? Che serve ad un capitan generale il comandare a tutto l'esercito, s'egli vive schiavo del demonio e lontano da Dio? Davide mentre era re ma stava in peccato, andava ai suoi giardini, andava a caccia, ed altre sue delizie; ma gli sembrava che quelle creature gli dicessero: Ubi est Deus tuus? Tu in noi vuoi trovare il tuo contento? va, trova Dio che hai lasciato, perché egli solo ti può contentare. E perciò confessava Davide che in mezzo a tutte le sue delizie non trovava pace e piangea notte e giorno pensando che stava senza Dio (...).

In mezzo alle miserie e travagli di questo mondo chi meglio di Gesù Cristo può consolarci? (...) O pazzia dei mondani! consola più una lagrima sparsa per dolore dei propri peccati, vale più un "Dio mio" detto con amore da un'anima che sta in grazia, che mille festini, mille commedie, mille banchetti, a contentare un cuore amante del mondo. (...)

Iddio solo sia dunque tutto il nostro tesoro, tutto il nostro amore; e tutto il nostro desiderio sia il gusto di Dio, il quale non si fa vincere d'amore; egli rimunera a cento doppi ogni cosa che si fa per dargli gusto.  (...)

Ah mio Dio ed ogni mio bene, siate voi l'oggetto dominante dell'anima mia; e siccome io vi preferisco nell'amore a tutte le cose, così fate voi che in tutte le cose io preferisca il vostro gusto ad ogni mio piacere. Gesù mio, confido nel vostro sangue, nella vita che mi resta, di non amare altro che voi in questa terra, per venire un giorno a possedervi in eterno nel regno dei beati. Vergine santa, soccorretemi voi colle vostre potenti preghiere e portatemi a baciarvi i piedi in paradiso.


lll

Pensiero del giorno


S'inculchi ancora più volte l'amore a Dio. Chi non piglia amore a Dio, ma si astiene dal peccare solo per timore dell'inferno, sta in gran pericolo di tornare a cadere, quando cessa quella viva apprensione di timore. Ma chi giunge ad innamorarsi di Gesù Cristo, difficilmente più cadrà in peccato mortale. Ed a ciò molto giova il pensare alla passione di Gesù Cristo.

(Brano tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori)

venerdì 31 luglio 2020

Gesù e gli uomini

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


[…] Il raccoglimento, il desiderio di intima unione con Dio, l’amore e la contemplazione di Dio non devono renderci estranei ai fratelli, non devono impedirci di essere sensibili alle loro necessità e sofferenze, di darci ad essi con vera carità soprannaturale nella misura richiesta dai doveri del nostro stato. Non c’è genere di vita, neppure la più contemplativa, che escluda il dovere e la necessità di occuparsi del prossimo: se le opere esterne sono ridotte al minimo, bisogna concentrare le forze nella preghiera e nell’immolazione apostolica.

L’amore di Dio, quando è vero e profondo, non rinchiude l’anima in se stessa, ma la porta sempre, in un modo o nell’altro, ad abbracciare tutti quelli che appartengono a Dio, perché sue creature, figli suoi, oggetto del suo amore.

Gesù, pur essendo Dio, non si è tenuto a distanza dagli uomini, ma li ha avvicinati al punto di voler sentire, sperimentare in se stesso tutte le loro indigenze, fino alla tentazione, «salvo il peccato» (Ebr. 4, 15); ha voluto condividere con loro una vita di stenti, di fatiche, di dura povertà, di dolore. Così noi, se vogliamo giungere ad una effettiva carità fraterna, dobbiamo sentire i dolori, la povertà, le necessità materiali e spirituali del nostro prossimo, sentire per compatire, per soccorrere, e anche per condividere. [...] Ma questo lo potremo fare soltanto se il nostro amore per il prossimo sarà simile a quello di Gesù, cioè se deriverà dal nostro amore per Iddio. Solo chi ama per amore di Dio può avere una carità fraterna forte e costante che non viene mai meno.

Colloquio - O Gesù, come non commuovermi di fronte alle tue sollecitudini, al tuo tenero amore per noi, povere creature? Tu, che godi la continua visione della SS.ma Trinità e trovi in Essa ogni tua beatitudine e gloria, non hai voluto che questa beatitudine e questa gloria fossero solo tue, ma hai voluto farne parte anche a noi. Ed ecco che ti vedo dividere con noi la nostra povera vita umana, piena di miserie e di sofferenze, perché, facendoti simile a noi nel dolore, noi fossimo fatti simili a te nella gloria.

Gli uomini non ti hanno compreso, non ti hanno riamato... ti hanno messo in croce, e Tu continui ad amarli perché li ami non per tuo interesse, ma unicamente per la gloria della SS.ma Trinità. O Gesù, che per amore del Padre tuo tanto ci ami e tutto ti sei dato per noi, fa’ che per amor tuo, per la tua gloria io sappia amare i miei fratelli e darmi ad essi con piena generosità.

[...]

O Gesù, fa’ che, a tua imitazione, io possa vivere continuamente unito a Dio, pur rimanendo unito ai fratelli; che possa equilibrare una vita di continuo raccoglimento in Dio, di preghiera e di contemplazione con una vita tutta spesa a servizio del mio prossimo.


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

(Pensiero del Venerabile Pio Brunone Lanteri circa gli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori).


Attaccatevi al Liguori, al Liguori. Se si vuol far del bene alle anime bisogna che ci appigliamo alla dottrina di questo autore; bisogna rivestirsi del suo spirito, se vogliamo portare anime a Dio. Oh! benedetta la dottrina di questo Vescovo, e benedetto il Signore che in questi tempi ci diede un uomo che è tanto secondo il suo cuore.

giovedì 30 luglio 2020

Amarsi come fratelli

Nell'ottobre del 2016 ho incontrato alcune persone che collaborano col blog, tra cui Maristella, che qualche mese prima mi aveva scritto una bella e-mail nella quale rifletteva sul tema dell'amore fraterno e della possibilità di organizzare un incontro tra persone che seguono il sito.


Carissimo fratello in Cristo,
                                               riprendo un concetto che hai espresso più volte e che personalmente condivido.

Nel blog e nei messaggi che ci siamo scambiati affermi che per noi cristiani l'amore fraterno dovrebbe essere il nostro segno distintivo. Ognuno di noi può testimoniare quanto questa situazione si verifichi raramente. Io per esempio non ti conosco personalmente, non ancora perché spero di poterlo fare in questa vita, eppure ti voglio bene come a un fratello. Per me sei importante e io ti ricordo sempre nella preghiera, sono felice quando riusciamo a scambiarci messaggi e a tenerci in contatto. Come ti dicevo questa fraternità mi fa crescere nella Fede e nella devozione, mi sostiene nelle prove.

Ho imparato a usare questo criterio nella valutazione delle amicizie: vedo se mi aiutano nella strada verso il Regno. Quando superano questa prova le considero un dono del Cielo e ringrazio Dio per questo dono incommensurabile e non meritato che nella Sua infinita misericordia mi fa.

Però la domanda resta; perché è tanto difficile amarsi come fratelli? Io penso a causa della nostra natura di creature: se non riusciamo ad amare le altre persone in Gesù e per Gesù cadiamo nelle trappole dell'egoismo. Così non riusciamo ad accogliere i nostri difetti e tantomeno quelli di chi incontriamo: pretendiamo ciò che una creatura non può dare e ci allontanano reciprocamente. Poi penso che la vita quotidiana con i suoi ritmi non ci aiuti a restare vicini tra di noi.

Una volta amavo scrivere lettere su carta ai miei amici. Erano pochi quelli che apprezzavano e rispondevano con entusiasmo. Ora mi sono rivolta alla tecnologia e così scambio email e messaggi Whatsapp. Posso condividere pensieri e riflessioni con le persone che mi sono vicine.

Quando ho letto sul blog la proposta di Chantal di incontrarci ho provato molta gioia. Sicuramente impresa impegnativa, ma... io provo a rilanciare l'idea... perché non tentare? Sarebbe meraviglioso poter passare un po' di tempo tutti insieme: preghiera, condivisione, riflessione, amicizia.

Io non ne so molto ma magari esistono case di accoglienza religiosa per gruppi di persone che desiderano fare un'esperienza spirituale. Queste strutture potrebbero fare al caso nostro. 

Adesso mi fermo perché ho scritto tanto e non vorrei stancarti con tutte le mie parole.

Mi farebbe piacere sapere cosa ne pensi di questo eventuale incontro: ritengo prezioso il tuo parere.

Grazie di tutto!

Nei Cuori Immacolati 

Tua sorella Maristella


Carissima in Cristo,
                               per molti potrebbe apparire assurdo il fatto che tra due persone che non si conoscono di persona sia nato un legame di amicizia spirituale talmente profondo da giungere a considerarsi fratelli. In realtà dovrebbe essere una cosa normale volersi bene tra membri del Corpo Mistico di Cristo, come avveniva ai tempi di San Paolo, quando i pagani restavano meravigliati nel vedere i cristiani amarsi come fratelli.

Da un punto di vista spirituale mi hai donato davvero tanto, perché riesci a trasmettermi conforto, letizia, devozione, desiderio di proseguire il cammino di perfezione cristiana. Sono pochissime le persone che riescono a trasmettermi queste cose in un grado elevato come lo fai tu.  Ho l'impressione che noi due siamo fatti proprio per aiutarci l'un l'altro nel cammino spirituale perché abbiamo tantissime cose in comune. È da oltre un anno che siamo amici, non abbiamo mai avuto problemi (dissapori, equivoci, dispetti, litigi, ecc.) come purtroppo avviene spesso tra i mondani. Con l'aiuto di Dio dobbiamo continuare questa splendida amicizia spirituale e collaborare assieme per la Sua maggior gloria.

Anche io penso che sarebbe bello se io, tu ed altre persone che la pensano come noi potessimo incontrarci tutti assieme per condividere dei momenti di fraterna letizia. Purtroppo, viviamo in una società secolarizzata che “non ci capisce”, e quindi spesso ci sentiamo come stranieri in terra d’esilio quando stiamo tra i seguaci del mondo. Ecco perché siamo felici quando incontriamo altri seguaci di Gesù Cristo che “parlano la nostra stessa lingua”.

A dir la verità per me non sarebbe la prima volta incontrare persone conosciute tramite il blog. Ne ho incontrate molte e posso dirti che conservo dei bellissimi ricordi di fraterna amicizia. Addirittura vari lettori e lettrici mi hanno ospitato (le lettrici sono religiose che mi hanno accolto nelle foresterie dei loro monasteri), e sommando tutti i periodi che sono stato loro ospite ho totalizzato circa 8 mesi (per vari motivi, tra cui le spese di viaggio, non sono riuscito ad accontentare tutti gli inviti che ho ricevuto).

A mio avviso l’ideale sarebbe, come prima volta, di incontrarci in non più di cinque o sei persone. Se fossimo in troppi diventerebbe difficile dedicare a ciascuno il tempo necessario per approfondire il legame d’amicizia. Potremmo incontrarci per alcuni giorni presso la foresteria di qualche comunità monastica mia amica. L’unico vero problema è riuscire a trovare la data giusta che vada bene per tutti. Per il momento vediamo quante sono le persone interessate all'incontro e poi decidiamo come organizzarci.

Ti sono sinceramente grato per questa splendida, limpida e disinteressata amicizia che mi stai donando. La stima che ho nei tuoi confronti è elevatissima. Lo so che ci sono persone mondane che invece ti disprezzano e non ti comprendono, ma questo è un buon segno. Infatti, se un cristiano viene applaudito dai mondani, significa che ha fatto dei compromessi al ribasso con gli oppositori del Vangelo.

In Corde Matris.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Si narra nelle vite de' padri antichi, che un certo romito camminando per divin favore con un angelo che lo accompagnava, incontrarono per la via un cane fracido che molto puzzava; ma l'angelo non diede alcun segno di dispiacenza di quel fetore. Incontrarono poi un giovane tutto abbigliato e fragrante di odori, e l'angelo si otturò le narici. Interrogato poi del perché dal romito, rispose, che quel giovane per lo vizio che teneva d'impudicizia mandava molto maggiore puzza che quel cane fracido.


(Brano tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori).

mercoledì 29 luglio 2020

Pensiero del giorno

Pecca anche chi compra robe rubate. Né vale a dire: Se non la comprava io, la comprava un altro. Sentite. Narrasi nella Selva istruttiva presso del Verme, che un soldato si prese una vitella d'una povera donna. Piangeva quella miserabile, e diceva al soldato: Perché mi vuoi levare questa vitella? Rispose il soldato: Se non me la piglio io, se la piglierà un altro; e così si portò la vitella. Questo soldato poi fu ucciso, e fu veduto dannato da una persona, con un demonio accanto che fieramente lo flagellava; e dicendo il dannato: Perché mi flagelli? Il demonio rispondeva: Se non ti flagello io, ti flagellerà un altro. E così non vi fate ingannar dal demonio, con dire: Se io non mi piglio quella cosa, se la piglierà un altro. Se un altro se la piglia, quegli si dannerà: se te la pigli tu, tu ti dannerai. Ma dirai: Io l'ho pagata. Ma non lo sai che quella è cosa rubata?


(Brano tratto dagli scritti di Sant'Alfonso Maria de Liguori).

Il lupo rosso perde il pelo ma non il vizio


Pubblico una breve e-mail di una lettrice del blog.



Caro D.,
                 non so come si possa uscire da questa situazione. Questi progressisti, fino a ieri comunisti, hanno una tale ostinazione nei loro errori incredibile. Dove girano i soldi loro si fanno accanto, ieri era l'Unione Sovietica, oggi le lobby omosessualiste e l'alta finanza. Passano sopra a tutto, presumendo di essere superiori a tutto perché sapranno gestirlo oggi e domani, sempre. Sono sfacciati, nel senso che con uguale sicumera e con la stessa faccia affermano e negano lo stesso concetto. [...] Si ergono a moralisti di tutti. Blandiscono e scientemente intimidiscono secondo il loro tornaconto. Si sciolgono da ogni legge per farsi giudici degli altri. Esistono solo nella contraddizione. La correzione quindi la fuggono perché toglierebbe loro la ragion d'essere. [...] Rispuntano ovunque, corruttori e distruttori di ogni realtà buona, sempre vestiti da quelli al passo con ogni idiozia (poi sono sempre le stesse) dei tempi.

Buon lavoro e grazie per l'ascolto.

(Lettera firmata)

Nuovo movimento liturgico

Anni fa l'abbé Claude Barthe rilasciò un'intervista alla combattiva associazione "Paix Liturgique", nella quale affermò che la Messa tradizionale non può sperare di reinserirsi massicciamente nelle parrocchie ordinarie senza la rinascita di un ambiente favorevole, alimentato dal vitale sostegno della "riforma della riforma". A tal proposito auspicava che il rito moderno venisse celebrato nel modo più tradizionale possibile (versus Deum, Comunione in ginocchio, Canone Romano, gregoriano, ecc.), creando in questo modo un ambiente favorevole al passaggio alla Messa tridentina.

Sono d'accordo con l'abbé Barthe, perché l'esperienza dimostra che molti di coloro che in passato celebravano devotamente col Messale "ordinario", dopo il Motu Proprio "Summorum Pontificum" hanno aderito alla forma straordinaria del rito romano. Insomma, se tutti i sacerdoti avessero celebrato la Messa nuova in modo tradizionale, oggi la Messa tridentina sarebbe la forma "ordinaria" del rito romano. Del resto, senza un miracolo, sarebbe impensabile che un prete abituato a straziare la liturgia con irriverenze e abusi vari, improvvisamente decidesse di passare alla Messa tradizionale. 

Pensiero del giorno

Non dimentichiamo di fare ogni giorno, anzi ogni momento offerta delle nostre azioni a Dio, compiendo tutto per suo amore.


(San Giuseppe Moscati)

martedì 28 luglio 2020

La "questione sociale" tra i tradizionalisti

Ripubblico alcuni brani di una lettera di un gentile lettore...


Caro D.,
               ti avevo scritto qualche mese fa e ti riscrivo con piacere. Volevo dirti che apprezzo tantissimo il lavoro che stai facendo [...]. Quello che sto apprezzando tantissimo è che sul blog Cordialiter stai "ammonendo" i tradizionalisti da fariseismo e mancanza di carità. Io amo la Messa Tridentina ma rimango dispiaciuto dal vedere come molti "confratelli" nella Tradizione siano mormoratori ostinati. Come possiamo far sentire il soave canto della Tradizione a tanti giovani, a tante persone che si convertono, se è surclassato dal brusio delle maldicenze, delle opinioni personali, delle rivalità settarie e dai litigi?

La Tradizione (e anche gli esercizi ignaziani) mi hanno insegnato quanto è bello il silenzio... dovremmo farci apostoli del silenzio... e invece...

Ti chiedo quindi di continuare in questa meravigliosa opera di sana autocritica che tanti frutti produrrà:)

L'altra cosa che apprezzo è lo spirito "sociale". Se noi cattolici tralasciamo la carità anche materiale e la critica delle strutture di peccato, diamo i poveri e i lavoratori in pasto a comunisti et similia. E invece dovremmo avere il coraggio di predicare ai ricchi. Non criticandoli come fanno i teologi della liberazione, ma cercando di convertire le loro anime e combattere il piano diabolico di lotta fra le classi. Quanti potenti e ricchi vanno all'inferno e con quali pene! Penso che i ricchi hanno ancor più bisogno di conversione dei poveri, perché rovinando se stessi trascinano in rovina molti.

In Corde Virginis Matris,

(lettera firmata)


Carissimo in Cristo, 
                                     mi fa piacere sapere che sei d'accordo con me su molte cose.

Circa la “questione sociale”, sono convinto che non dobbiamo lasciare i poveri nelle mani dei comunisti. Però, non dobbiamo nemmeno abbandonare a se stessi i ricchi, anche perché costoro hanno molto potere e, quando uno di loro si converte, può fare un sacco di bene, ad esempio finanziando i seminari e le comunità religiose fedeli alla Tradizione Cattolica. Insomma, dobbiamo "avanzare su tutti i fronti", cioè fare apostolato a vantaggio di tutti: poveri, benestanti, giovani, anziani, europei, americani, africani, e tutti gli altri abitanti della Terra. Il Redentore Divino si immolò sulla croce del Golgota per amore di ogni singola anima. Ah, quanto gli costò l'averci amato!

Approfitto dell'occasione per porgerti i miei più cordiali e fraterni saluti in Gesù e Maria.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Parole che Gesù disse a suor Consolata Betrone (1903 - 1946) il 29 novembre del 1935:

Cerca di fare tutto con grande amore. Sia che lavori, che mangi, che beva, che dorma, fa' tutto con tanto, tanto amore, perché Io ho sete di amore. In un'azione è l'amore che cerco.

[Brano tratto da "Il Cuore di Gesù al mondo", a cura di Padre Lorenzo Sales, Edizioni Paoline, imprimatur: Mons. Giulio Tobia, Vic. Gen., Pescara, 10-12-1966].

lunedì 27 luglio 2020

Il Cardinal Massaja e San Giuseppe

[Brano tratto da "San Giuseppe - Mese in suo onore" di Don Giuseppe Tomaselli, Imprimatur Messanae, 30 - 9 - 1962 Can. Pantaleon Minutoli Pr. V. G.]

San Giuseppe ottiene grazie ai suoi de­voti e specialmente a coloro che diffon­dono il regno di Gesù Cristo.

Nella storia delle Missioni è celebre il Cardinale Massaia, apostolo dell'Abissi­nia. Egli amava teneramente San Giu­seppe e ne fu ricambiato con generosità.

Fu questo Cardinale che propagò in quella regione il culto del Santa Patriar­ca e che gli dedicò la prima Chiesa nella Missione di Escia. Dice il Massaia nelle sue Memorie: Nella Missione di Escia mancava l'acqua. Mi rivolsi a San Giu­seppe affinché provvedesse Lui. Trovai allora una sorgente, che potrebbe dirsi miracolosa, perché scaturisce dalla spac­catura di un masso, il quale sorge isola­to sulla punta di un sollevamento vul­canico. -

Continua il Cardinale: Soffrivo dell'in­debolimento della vista. Ritornato in Eu­ropa nel 1867, prima di rientrare nella Missione d'Africa, mi provvidi di parec­chie paia di occhiali di diverso grado. La vista s'indeboliva sempre più e gli oc­chiali erano impotenti ad aiutarmi. Non sapendo più cosa fare, tolsi gli occhiali e li deposi presso l'immagine di San Giu­seppe, dicendogli: Se volete che continui a lavorare nella vigna del Signore, pen­sate voi a ridarmi la vista! -

Da quel giorno sino ad oggi sono pas­sati circa dieci anni ed io ho letto e scrit­to senza alcuno stento e senza bisogno di occhiali. -

E' necessario rivolgersi a San Giusep­pe con molta fede.

Il pestifero spirito modernistico


[Brano tratto dall'enciclica “Ad Beatissimi Apostolorum Principis” di Benedetto XV; Papa dal 1914 al 1922].

Vi sono oggi pure, e non sono scarsi, coloro i quali, come dice l'Apostolo: "Stimolati nell'orecchio, e non sostenuti da una sana dottrina, ammucchiano le parole dei maestri secondo i propri desideri e dalle verità si sviano e si lasciano convertire dalle parole" (II Tim. IV, 3, 4). Infatti tronfi ed imbaldanziti per il grande concetto che hanno dell'umano pensiero, il quale in verità ha raggiunto, la Dio mercè, incredibili progressi nello studio della natura, alcuni, confidando nel proprio giudizio in ispregio dell'autorità della Chiesa, giunsero a tal punto di temerità che non esitarono a voler misurare colla loro intelligenza perfino le profondità dei divini misteri e tutte le verità rivelate, e a volerle adattare al gusto dei nostri tempi. Sorsero di conseguenza i mostruosi errori del Modernismo, che il Nostro Predecessore giustamente dichiarò "sintesi di tutte le eresie" condannandolo solennemente. Tale condanna, o Venerabili Fratelli, noi qui rinnoviamo in tutta la sua estensione; e poiché un così pestifero contagio non è stato ancora del tutto sradicato, ma, sebbene latente, serpeggia tuttora qua e là, Noi esortiamo che guardisi ognuno con cura dal pericolo di contagio; che ben potrebbe ripetersi di tale peste ciò che di altra cosa disse Giobbe: "È fuoco che divora. fino alla perdizione e che sradica tutti i germi" (Job. XXXI, 12). Né soltanto desideriamo che i cattolici rifuggano dagli errori dei Modernisti, ma anche dalle tendenze dei medesimi, e dal cosiddetto spirito modernistico; dal quale chi rimane infetto, subito respinge con nausea tutto ciò che sappia di antico, e si fa avido e cercatore di novità in ogni singola cosa, nel modo di parlare delle cose divine, nella celebrazione del sacro culto, nelle istituzioni cattoliche e perfino nell'esercizio privato della pietà. 

Pensiero del giorno

La tribolazione è il martello con cui si perfeziona l'animo nostro.

(San Luigi Guanella)

domenica 26 luglio 2020

Quali qualità deve avere un buon direttore spirituale?

Dagli scritti di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932).


S. Francesco di Sales dichiara che il direttore deve possedere tre doti principali: "bisogna che sia pieno di carità, di scienza e di prudenza: se manca una di queste tre doti, c'è pericolo".

A) La carità che gli è necessaria è un affetto soprannaturale e paterno che gli fa vedere nei diretti figli spirituali affidatigli da Dio stesso, perchè vi faccia crescere Gesù Cristo e le sue virtù [...].

a) Li circonda quindi tutti della stessa sollecitudine e delle stesse premure facendosi tutto a tutti per tutti santificarli, spendendo tempo, cure e anche se stesso, per formare in loro le cristiane virtù. Avverrà certamente che, nonostante gli sforzi, si sentirà talora attratto più verso gli uni che verso gli altri, ma dovrà con la volontà reagire contro le simpatie od antipatie naturali; e schiverà con la massima cura quelle affezioni sensibili che mirerebbero a crear degli attacchi, innocenti da principio, poi disturbanti e pericolosi così per la sua riputazione come per la sua virtù. Voler affezionare a sè cuori fatti per amar Dio, è una specie di tradimento, come ben dice l'Olier: "Avendoli Nostro Signore scelti (si tratta dei direttori di anime) per andare a conquistargli dei regni, vale a dire i cuori degli uomini, che gli appartengono, che acquistò coll'effusione del sangue e in cui vuole stabilire il suo impero, in cambio di dargli questi cuori come a loro legittimo sovrano, li prendono per sè e se ne rendono padroni e proprietari...... Oh! quale ingratitudine, quale infedeltà, quale oltraggio, quale perfidia!". E sarebbe pure porre quasi insormontabile ostacolo al progresso spirituale dei diretti, come all'avanzamento proprio, non volendo Dio saperne di cuori divisi.

b) Questa bontà non deve però essere debolezza ma associarsi alla fermezza e alla franchezza; il direttore avrà il coraggio di fare paterne ammonizioni, di additare e di combattere i difetti dei penitenti, e di non lasciarsi dirigere da loro. Vi sono persone molto destre, molto cerimoniose, che vogliono sì un direttore ma a patto che s'acconci ai loro gusti e alle loro fantasie; più che direzione costoro cercano approvazione della loro condotta: per star in guardia contro abusi di questo genere, ove potrebbe andarne anche della sua coscienza, il direttore non si lascerà cogliere dai raggiri di questi o di queste penitenti, ma, ricordandosi che rappresenta Gesù Cristo, darà ferme decisioni secondo le regole della perfezione e non secondo i desideri dei diretti.

c) Specialmente nella direzione delle donne occorre riserbo e fermezza. [...]

B) Alla santa premura aggiungerà la scienza, cioè la conoscenza della teologia ascetica tanto necessaria al confessore, come abbiamo provato al n. 36. Non lascerà dunque di leggere e rileggere autori spirituali, correggendo i giudizi suoi su quelli di cotesti autori e confrontando la condotta sua con quella dei Santi.

C) Ma gli occorre sopratutto prudenza e sagacia per dirigere le anime non secondo le proprie idee ma secondo i movimenti della grazia, il temperamento e il carattere dei penitenti, e le soprannaturali loro inclinazioni.

a) Il P. Libermann faceva giustamente osservare che il direttore non è che uno strumento a servizio dello Spirito Santo; deve quindi prima di tutto studiarsi di conoscere, con prudenti interrogazioni, l'azione di questo divino Spirito in un'anima; "Considero, scriveva, come punto capitale in fatto di direzione, il discernere in ogni anima le disposizioni che vi si trovano: ciò che lo stato interiore di quest'anima può portare; il lasciar operare la grazia con grande libertà; il distinguere le false ispirazioni dalle vere e impedire alle anime di deviare o di eccedere nelle loro inclinazioni". In un'altra lettera aggiunge: "Il direttore, visto che abbia e accertato che Dio opera in un'anima, non deve far altro che guidare quest'anima in guisa che essa segua la grazia e sia fedele. Mai deve ispirarle i propri gusti e le proprie inclinazioni, nè guidarla secondo il suo modo di fare o il suo modo di vedere. Il direttore che si regolasse così, stornerebbe spesso le anime dalla condotta di Dio e contrarierebbe spesso la grazia di Dio in loro".

Aggiungeva però che questo si applica alle anime che corrono difilate alla perfezione. Per le tiepide e rilassate sta al direttore a studiarsi con esortazioni, consigli, riprensioni, con tutte le industrie dello zelo, di strapparle al loro letargo spirituale.

b) La prudenza di cui qui si tratta, è dunque prudenza soprannaturale, fortificata dal dono del consiglio, che il direttore deve continuamente chiedere allo Spirito Santo. L'invocherà particolarmente nei casi difficili, recitando in cuore un Veni Sancte Spiritus prima di dare importanti risoluzioni; e, dopo averlo consultato, baderà ad ascoltarne con filiale docilità la interiore risposta, per trasmetterla al suo diretto [...]. Sarà allora veramente lo strumento dello Spirito Santo [...] e fruttuoso ne sarà il ministero.

Tuttavia questa attenzione di prender consiglio da Dio non gl'impedirà di adoprare tutti i mezzi suggeriti dalla prudenza per ben conoscere il diretto. Non si contenterà delle sue affermazioni ma ne osserverà la condotta, ascolterà quelli che lo conoscono, e senza accettarne tutti i giudizi, ne terrà conto secondo le regole della prudenza.

c) La prudenza lo guiderà non solo nei consigli che darà ma anche in tutte le circostanze che riguardano la direzione. 1) Così non consacrerà che il tempo necessario a questa parte del suo ministero per quanto importante sia; non lunghe conversazioni, non chiacchiere inutili, non domande indiscrete; tenersi solo a ciò che è essenziale e veramente utile al bene delle anime: un consiglio preciso, una pratica chiaramente esposta bastano ad occupare un'anima per una quindicina di giorni o per un mese. Sopratutto poi avrà direzione virile, e si studierà di guidare i diretti in modo che possano, dopo qualche tempo, non già fare intieramente da sè ma almeno contentarsi di più breve direzione e risolvere le difficoltà ordinarie per mezzo dei principii generali loro inculcati.



[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928]

Pensiero del giorno

Si fa poca penitenza e poca orazione oggidì: almeno si faccia carità!

(San Luigi Guanella)

sabato 25 luglio 2020

Peccati di lussuria puniti con l'inferno eterno

Viveva a Londra, nel 1848, una vedova di ventinove anni, molto ricca e assai mondana. Tra i damerini che frequentavano la sua casa, si notava un giovane Lord, di condotta poco edificante.

Una notte, verso le dodici, la donna stava a letto leggendo un romanzo per conciliare il sonno. Appena spenta la candela per addormentarsi, si accorse che una strana luce, proveniente dalla porta, si diffondeva nella camera, crescendo sempre più. Meravigliata, spalancò gli occhi non sapendo spiegarsi il fenomeno. La porta della camera si aprì lentamente ed apparve il giovane Lord, complice dei suoi disordini.

Prima che essa potesse proferire parola, il giovane le fu vicino, l'afferrò al polso e disse in inglese: «C'è un Inferno, dove si brucia!».

Il dolore che la poveretta sentì al polso fu tale che svenne. Rinvenuta mezz'ora dopo, chiamò la camerie­ra, la quale entrando nella stanza sentì un forte puzzo di bruciato. La cameriera constatò che la padrona aveva al polso una scottatura così profonda da lasciar vedere l'osso, avente la superficie di una mano di uomo. Osservò ancora che dalla porta il tappeto aveva le impronte di passi d'uomo e che ne era bruciato il tessuto da una parte all'altra.

Il giorno seguente la signora seppe che la stessa notte il giovane Lord era morto.


[Brano di Don Giuseppe Tomaselli tratto da "L'inferno c'è". Imprimatur: Catania, 22-11-1954, Sac. N. Ciancio Vic. Gen.]

Pensiero del giorno - Andare all'inferno banchettando e cantando

(Pensiero tratto dagli scritti si Sant'Alfonso Maria de Liguori)


Si pensa ad accumulare ricchezze, si pensa a banchettare, a festeggiare, a darsi al bel tempo: e Dio non si serve, e a salvar l'anima non ci si pensa, e il fine eterno si tiene per bagatella! E così la maggior parte dei cristiani, banchettando, cantando e suonando se ne va all'inferno. Oh se essi sapessero che vuol dire inferno! O uomo, stenti tanto per dannarti, e nulla vuoi fare per salvarti!

venerdì 24 luglio 2020

Aridità e contemplazione

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


O Signore, attirami a te per la via che Tu vuoi e come Tu vuoi; ti chiedo solo la grazia di saperti seguire sempre. 

1 - L’aridità che proviene da Dio non ha solo il vantaggio di farci progredire nella virtù, ma anche quello di introdurci in un’orazione più elevata. San Giovanni della Croce insegna che proprio mediante questa specie di aridità il Signore invita le anime ad una forma di orazione più semplice e più profonda che egli chiama «contemplazione iniziale»; e, affinché si possa distinguere tale aridità da quella proveniente da altre cause, ci dà tre contrassegni. Il primo è questo: come l’anima «non sente piacere e consolazione nelle cose di Dio, così neppure in alcuna delle cose create» (N. I. 9, 2). Anche quando l’aridità proviene da mancanze commesse, l’anima perde il gusto delle cose di Dio; allora però va in cerca di soddisfazioni umane, mentre in questo caso, pur non sentendo più la gioia di stare col Signore, non ritorna alle creature, anzi rimane ferma nella decisione di mantenere il suo cuore distaccato da esse. Il secondo segno è che, malgrado la sua aridità, l’anima «ordinariamente volge il pensiero a Dio con sollecitudine e cura penosa, temendo di non servirlo» (ivi, 3); in altre parole, l’anima soffre della sua insensibilità spirituale, teme di non amare il Signore, di non servirlo e intanto continua a cercarlo con l’ansia di chi non riesce più a trovare il suo tesoro. Rimane quindi sempre occupata di Dio, benché in modo negativo e penoso, simile a quello di chi soffre per l’assenza di una persona amata. Quando invece l’aridità è colpevole, particolarmente poi se deriva da uno stato di tiepidezza abituale, l’anima non si preoccupa affatto di non amare Dio; essa è diventata indifferente. L’ultimo segno consiste nel «non poter più meditare né discorrere valendosi, come soleva, del senso dell’immaginazione, per quanto faccia da parte sua» (ivi, 8). L’anima vorrebbe meditare, vi si applica, si sforza quanto può e tuttavia non vi riesce. Quando questo stato è continuo - giacché se durasse solo per qualche periodo potrebbe provenire da particolari circostanze fisiche o morali - e pur fluttuando tra giorni di maggiore o di minore intensità, tende ad invadere tutta l’anima, così da renderle abitualmente impossibile la meditazione, allora è proprio il caso di vedere in tale aridità la chiamata del Signore ad una orazione più profonda. 

2 - Immergendo l’anima nell’aridità, il Signore vuole elevarla, da un modo ancora troppo umano e basso di trattare con lui ad un modo più soprannaturale. Nella meditazione l’anima andava a Dio mediante il lavoro della sua intelligenza, mezzo ottimo, ma pur sempre tanto limitato e inadeguato per farci conoscere Dio che, essendo infinito, supera immensamente la capacità del nostro intelletto. Ora Dio, ponendo l’anima nell’aridità, le rende impossibile la meditazione obbligandola, per così dire, ad andare a lui per altra via. 

Secondo S. Giovanni della Croce questa via è quella della contemplazione iniziale che consiste nel cominciare a conoscere Dio non più solo con l’intelligenza, ma mediante l’esperienza dell’amore, esperienza che non comunicherà all’anima nuove idee di Dio, ma le darà il «senso» delle sue grandezze. Infatti abbiamo già visto che proprio in mezzo all’aridità nasce nell’anima quella pena tormentosa di non amare più il Signore, di non sentirlo più, pena che non esisterebbe se l’anima non avesse acquistato un senso profondo delle grandezze di Dio e di quanto Egli sia degno di essere amato. Tale senso non è frutto di ragionamenti - che ora l’anima non è più in grado di fare - ma della sua esperienza di amore; e di fatto l’anima, benché non se ne renda conto, ama Dio assai più di prima, e la più bella prova è appunto quella forte pena che la tormenta per il timore di non amarlo. Ecco quindi che, proprio attraverso questa penosa esperienza d’amore, consistente nella preoccupazione di non amare e servire il suo Dio, nasce nell’anima la conoscenza contemplativa, ossia il «senso» di Dio. Si arma, è vero, di una conoscenza che per ora non ha nulla di confortante per l’anima, ma che tuttavia è preziosissima, perché, assai meglio di qualsiasi meditazione, le infonde il «senso» della Divinità e quindi l’innamora sempre più di quel Dio di cui ora intuisce maggiormente l’infinita amabilità. E tali vantaggi sono così preziosi, che in vista di essi l’anima, non solo deve abbracciare con coraggio l’aridità che il Signore le ha inviata, ma riconoscere in questa una delle più grandi misericordie che Egli possa farle. 

Colloquio - [...] Dio mio, una cosa sola ti chiedo: che in questa aridità il mio amore cresca ed io ti rimanga fedele ad ogni costo; che, quanto meno sento di amarti, tanto più ti ami con la realtà dei fatti; che, quanto meno il mio amore dà gioia a me, tanto più dia gloria a te. E, se per crescere nell’amore mi è necessario soffrire, sia benedetta questa prova, poiché Tu mi percuoti per ammaestrarmi, mi mortifichi per sanarmi e per darmi maggior vita. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].


(.)

Pensiero del giorno

Così fa il sacerdote fervoroso: prima di parlare, prega affinchè la grazia avvivi la sua parola; parlando, non mira a piacere ma a istruire, a far del bene, a convincere, a persuadere; e perchè il suo cuore è intimamente unito a quello di Gesù, fa vibrar nella voce un'emozione, una forza di persuasione, che scuote gli uditori; e perchè, dimenticando sè stesso, attira lo Spirito Santo, le anime restano tocche dalla grazia e convertite o santificate.

[Brano tratto da “Compendio di Teologia Ascetica e Mistica”, di Padre Adolphe Tanquerey (1854 - 1932), trad. P. Filippo Trucco e Can.co Luigi Giunta, Società di S. Giovanni evangelista - Imprimatur Sarzanæ, die 18 Novembris 1927, Can. A. Accorsi, Vic. Gen. - Desclée & Co., 1928].

giovedì 23 luglio 2020

Un prete interessato all’homeschooling

Ripubblico un’interessante e-mail che tempo fa mi ha scritto un giovane sacerdote diocesano.


Salve!
Già in passato ho avuto modo di scriverle, riguardo a dei libri che stava vendendo, ma questa volta la richiesta è ben diversa!

Sono un suo assiduo lettore, e, se non ricordo male, aveva postato uno scritto riguardante l’homeschooling (l’istruzione parentale, in lingua italica). Sono un sacerdote diocesano, con nel cuore da sempre il desiderio di poter fondare una scuola cattolica a beneficio di un’istruzione veramente cattolica ma, visti i tempi che corrono, una struttura così istituzionalizzata sarebbe vittima di continui attacchi [...] e, forse, i tempi non sono ancora maturi. Invece, una forma di istruzione come quella parentale, tutelata dalla Costituzione e scevra da ogni collegamento e finanziamento di tipo istituzionale permetterebbe di avere ampio margine di manovra senza avere le mani legate da quelle ideologie che tanto propalano nel scuole pubbliche così come stanno invadendo anche quelle paritarie. Ecco quindi la volontà di impegnarci, io con un gruppo di giovani sacerdoti, in questo progetto e, se fosse in grado di aiutarmi in questo mettendomi in contatto con chi questo progetto lo porta avanti già da tempo e indicarmi quanta più letteratura possibile così da documentarmi sempre in questo senso. Nel frattempo le domando la cortesia di unirci con noi nella preghiera al Signore per affidargli questo desiderio del cuore: come l’arca di Noè, anche noi vogliamo salvare dal diluvio e dalle tempeste di questo mondo quante più deboli creature, quali i bambini e ragazzi sono, offrendo loro tutti gli strumenti per ricostruire questo mondo dalle macerie che i tempi moderni stanno causando.

Memento ad invicem

(lettera firmata)



Reverendo Don [...], 
                                  sono molto contento di sapere che Lei ed altri sacerdoti state pensando di fare qualcosa per l'istruzione della gioventù. Anche io penso che se nascesse una scuola cattolica, verrebbe perseguitata non solo dai nemici esterni della Chiesa, ma anche da quelli interni, pertanto è meglio dedicarsi alle "scuole parentali", soprattutto se gestite da fedeli laici, i quali sono meno ricattabili dai membri del clero modernista. 

C’è tanto bisogno di “scuole parentali”. Gli anni della fanciullezza sono molto importanti: se un bambino impara cose buone, crescerà buono e spiritualmente forte; se invece imparerà cose cattive, crescerà in malo modo, si ribellerà ai genitori, sarà schiavo dei vizi e delle passioni degradanti, ecc. Purtroppo, sappiamo bene che in molte scuole (sia pubbliche che private) gli insegnanti progressisti indottrinano i bambini con ideologie contrarie al Vangelo. Spero tanto che la vostra iniziativa per favorire l’istruzione cattolica dei fanciulli riesca a decollare per il bene delle anime e la maggior gloria di Dio. 

La saluto cordialmente nei cuori di Gesù e Maria.

Cordialiter

Pensiero del giorno

Parole che Gesù disse a suor Consolata Betrone (1903 - 1946): "La sofferenza, quando è accettata con amore, non è più sofferenza ma si cambia in gioia".

[Brano tratto da "Il Cuore di Gesù al mondo", a cura di Padre Lorenzo Sales, Edizioni Paoline, imprimatur: Mons. Giulio Tobia, Vic. Gen., Pescara, 10-12-1966].

mercoledì 22 luglio 2020

Un boomerang colpisce l'arroganza modernista

La superbia è la madre di tutte le eresie, soprattutto del modernismo, che è la sintesi di tutti gli errori dottrinali.

I seguaci del modernismo da qualche tempo si sono imbaldanziti e, sicuri di sé, forse pensando di non incontrare resistenze, hanno tentato di sfasciare la morale cattolica gettando la maschera e affermando platealmente di voler sdoganare vari atti immorali contrari alla Legge Naturale promulgata dal Signore.

Ma la tracotanza dei modernisti si sta rivelando un boomerang che gli si sta ritorcendo contro. Infatti le loro tesi in campo morale, essendo contrarie alla Legge Eterna di Dio, e quindi non potendo in alcun modo essere accettate (infatti quando un atto umano è intrinsecamente perverso, non può essere compiuto per nessuna ragione al mondo), hanno provocato non solo la dura reazione degli ambienti tradizionali, ma persino quella di ambienti considerati “moderati”. Ormai è in corso una vera e propria sollevazione popolare contro questa deriva progressista. Insomma, i modernisti hanno tirato troppo la corda e adesso si stanno beccando la forte reazione di tutti i cattolici che hanno conservato un minimo di coerenza col Magistero perenne della Chiesa.

Li avete visti i modernisti? Da qualche tempo hanno facce da funerale. Pensavano che le loro tesi avrebbero trovato scarse resistenze, non si aspettavano una sollevazione popolare. Adesso abbassino la cresta e la smettano di diffondere con spavalderia e alterigia errori dottrinali che calpestano la Legge Eterna. Non siamo noi creature a stabilire quel che è giusto e quel che è sbagliato, ma è il Creatore nella sua infinita sapienza. Guai a chi osa sfidare Dio! La Chiesa Cattolica è immortale, nessuno può distruggerla. Sono stati sconfitti Robespierre, Napoleone, Stalin, Hitler, Ceaușescu, e tanti altri persecutori del Corpo Mistico di Cristo, saranno sconfitti anche i modernisti nonostante la prepotenza, l'arbitrio e la tirannide che li contraddistingue.