sabato 30 ottobre 2021

Padre Norberto Fiora e il suo eroico gesto di altruismo in un lager sovietico

Viviamo in una società spietata nella quale molti non si fanno scrupoli a calpestare il prossimo pur di ottenere qualche vantaggio materiale. Per "vaccinarsi" da questo terribile virus fa bene al cuore leggere degli atti esemplari di carità fraterna come quello compiuto da Padre Norberto Fiora da Borno, frate cappuccino, nei confronti di Padre Guido Maurilio Turla, entrambi cappellani militari dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia), in un campo di prigionia sovietico. Lo ha raccontato lo stesso Padre Turla (1910-1976) nel suo libro “Sette rubli per il cappellano” edito da Longanesi. Ubi caritas et amor, Deus ibi est!


Il 17 febbraio 1943 giungiamo al campo di smistamento di Krinovaja; siamo partiti da Valujki il 31 gennaio. Krinovaja ha malfamata notorietà per i crimini commessi ai danni di migliaia di prigionieri italiani, romeni, ungheresi, qui rinchiusi e fatti morire di fame. Il campo ha ospitato nel volgere di quattro mesi (da gennaio ad aprile) settantamila prigionieri. Lo smistamento avviene su un vasto piano, fiancheggiato da fabbricati, una volta caserme, ora diroccati. Delle antiche scuderie restano solo capannoni e box fetidi e schifosi. Prima di entrare, facciamo il computo degli uomini sopravvissuti. Della colonna Catanoso, tremila uomini, all'arrivo a Krinovaja ne rimangono cinquecento: tra questi sono inclusi altri italiani, rastrellati lungo il cammino. [...] La sosta fuori del campo si protrae per due ore; siamo esposti al gelo della notte. Poi si entra. Io sono assegnato in un corridoio senza luce. Appoggio la schiena piagata alla parete incrostata di ghiaccio; dalle finestre senza vetri raffiche di vento mordono la carne. Non un minuto di sonno nelle poche ore che mancano all'alba. La fame e il freddo obbligano a vegliare; addormentarsi è morire. All'alba incomincia a nevicare; nell'interno, dappertutto, entra neve; il tetto per buchi e fessure appare una scacchiera. Alba grigia. Mi accorgo di aver passato la notte in mezzo ai morti; tre commilitoni sono immobili ai loro posti; li ha ghermiti la morte bianca. Hanno faccia e capelli coperti di neve. Anche per me sento vicina la morte per inedia. Dal fondo del corridoio avanza inaspettatamente una figura a me non sconosciuta; è padre Fiora di Borno, bresciano, un mio confratello. Da mesi non c'incontriamo. Tutti i prigionieri qui conoscono il cappellano della 308a sezione sanità della Julia. Il francescano instancabile si aggira alla ricerca di chi soffre; passa da un capannone all'altro a confortare, a rincuorare. Quando egli dispone di un tozzo di pane, lo distribuisce ad altri con evangelico altruismo. Appena mi vede, accorre e comprende che le forze non mi reggono più; soffro assai per congelamento al naso, a un braccio e a una gamba; ma adesso la più pericolosa è la fame. Padre Fiora mi abbraccia e non esita a offrirmi l'unico pezzo di pane scurissimo, che per lui era vita in quell'inferno di affamati. Mi somministra quel cibo a lenti bocconi, come si fa con un animale affamato. Padre Norberto Fiora mi ha salvato la vita.