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lunedì 20 settembre 2021

La donna tisica che non voleva confessarsi

Brano tratto dal secondo volume delle “Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco” raccolte dal sacerdote salesiano Giovanni Battista Lemoyne (1839-1916) e pubblicate nel 1901.


Nell'esercizio del sacro ministero accaddero a D. Bosco varii fatti veramente sorprendenti, che meritano di essere almeno accennati. Li esporremo man mano che ci avanziamo nella storia della sua vita. Frattanto però non possiamo fare a meno di raccontarne alcuni.

Nel 1844 si trovava ricoverata nell'Ospedale di S. Giovanni una povera donna tisica, all'ultimo stadio della sua malattia. La sua vita era stata deplorevole, e si temeva finisse con una morte disperata. Invischiata in mille tresche, rea di colpe enormi, imbrogliata per danni recati al prossimo nelle sostanze, da molti anni non si era più accostata ai SS. Sacramenti. Resisteva infuriata al Rettore dell'Ospedale, ai cappellani, alle monache e a quanti cercavano di persuaderla a confessarsi. Lo stesso D. Cafasso era stato respinto da quella forsennata, che aveagli lanciato contro un vaso.

Il santo sacerdote però avendo saputo dai medici come all'infelice restassero più pochi giorni da vivere, e rincrescendogli che andasse all'eternità in quello stato, ritornato al Convitto disse a D. Bosco: - Andate voi! - D. Bosco andò. Entrato nella corsia, si avanzò lentamente, fermandosi prima a parlare colle inferme da una parte attigue al letto di quella che era lo scopo della sua visita. A costei non rivolse uno sguardo, non disse una parola. Quindi passò oltre senza fermarsi, e si intrattenne con un'inferma coricata dall'altro lato. La povera tisica seguiva cogli occhi il prete, e vedendo che non si fermava presso di lei, che non le indirizzava parola, anzi che neppure la guardava: - E da me non viene? - disse.

 - Oh sì, volentieri! - rispose D. Bosco; e prese una sedia, si assise vicino a quel letto e poi: - Ebbene?

 - Mi dica qualche bella parola.

 - Vi è una parola che voglio dirvi.

 - E quale?

 - Confessione!

 - Confessione! È già molto tempo che non mi sono confessata.

 - Dunque confessatevi adesso.

 - Stamane, veda, è venuto un altro prete che voleva confessarmi, ma l'ho trattato male e l'ho fatto andar via.

 - Non parliamo di questo. Adesso pensate ad aggiustare le cose della vostra coscienza. - E incominciò: Deus sit in corde tuo.

 - Ma ora io non sono preparata a confessarmi.

 - Apposta perchè non siete preparata, io vi ho data la benedizione, affinchè vi prepariate.

 - Ma adesso, io non mi sento: quando sarò guarita andrò a confessarmi in qualche chiesa di Torino: ovvero appena io possa, mi recherò a fare le mie divozioni qui nella cappella dell'Ospedale.

 - E voi credete di poter ancora guarire?

 - Ma ora mi sento meglio.

 - Vi sembra, ma non è.

 - Come?

 - Volete che io vi dica una parola a nome dei medici o a nome di Dio?

 - No a nome dei medici; piuttosto a nome di Dio.

 - A nome di Dio vi dico, che Egli nella sua misericordia vi concede ancora poche ore, perchè possiate pensare all'anima vostra. Ora sono le quattro pomeridiane e avete ancora tempo a confessarvi, a comunicarvi, a ricevere l'Olio santo e la benedizione papale. Non c'è più da lusingarsi. Domani voi sarete all'eternità.

 - Davvero? Ma non è possibile!

 - Vi ho detto che non vi parlo a nome degli uomini, ma a nome di Dio.

 - Eternità!... eternità!... Oh che parola!... mi fa paura!

 - Dunque incominciamo ed io vi aiuterò.

 - Ma quel prete che ho insultato! mi cagiona dispiacere pensare alle mie furiose maniere.

 - Non dubitate, state tranquilla: io lo conosco quel prete, e basta. Lasciate a me ogni fastidio di ciò.

Così la poveretta si confessò e in quella stessa notte moriva.